Alessandro Manzoni ispirato da Fra Tommaso?
«Quanti odij e nemicitie sradicò dalli cuori humani!»:
Fuoco d’Amore di Tommaso da Olera tra calchi e prestiti.
Le ipotesi da tempo avanzate intorno alla possibile fonte d’ispirazione, per
il Manzoni dei Promessi Sposi, della figura di fra’ Cristoforo assegnano con una
certa percentuale di sicurezza la palma a padre Bernardo da Corleone.
Val la pena ricapitolarne le ragioni, tanto più che esse sono facilmente
riassumibili, consistendo soprattutto in dati biografici. Nato nel 1605 da un
padre artigiano, ha nome laico Filippo Latino. Ha un’adolescenza e un abbozzo
di giovinezza irrequieti, tanto da finire per essere uno spadaccino temuto, se
non rispettato. Inevitabile è, prima o dopo, il confronto con un’altra “spada
eccellente”: don Vito Canino, palermitano. I motivi scatenanti dello scontro
non sono tramandati ma potrebbero andare dal semplice puntiglio a un qualche
regolamento di conti. Resta il fatto che, come nel dettato manzoniano, il giovane
riesce vincitore nello scontro (anziché la vita, l’altro perderà l’uso di un braccio)
e che il convento, non essendo egli nobile, è l’unico possibile rifugio nella sua
fuga improvvisata. Ha allora appena 19 anni. Il suo temperamento, però, non muta
di punto in bianco, tanto che occorrono ben sette anni di meditazione, preghiera,
macerazione interiore, prima che i cappuccini gli consentano di vestire il saio e
di assumere il nome di Bernardo. Da allora, la sua opera sarà soprattutto quella di
assistere gli ammalati, meglio se contagiosi, fino a che si spegne a 62 anni, già in
generale odore di santità (sarà però canonizzato soltanto nel 2001).
Chiunque conosca il profilo umano del fra’ Cristoforo manzoniano non
avrà difficoltà a riconoscere che, ammesso che lo scrittore abbia avuto bisogno
di modelli, Bernardo da Corleone possa essere stato quello ideale. Tuttavia,
stiamo qui spontaneamente ragionando dell’edizione definitiva del romanzo,
la cosiddetta Quarantana, e non sarà quindi inutile sforzo quello di risalire
nel tempo, alla Ventisettana e, se occorre, al Fermo e Lucia, per verificare
come un personaggio così centrale nella fabula ma, ancor più, nell’economia
dichiaratamente edificante del romanzo sia nato e cresciuto.
Nella prima stesura, cioè nel Fermo e Lucia, il frate cercatore (che sarà, poi,
Galdino) si chiama Canziano, mentre il soccorrevole religioso a cui si appoggiano
Lucia, sua madre e Fermo ha nome Galdino. Nella successiva versione (la
Ventisettana, appunto, ma, come sappiamo, iniziata in realtà nel 1825), Canziano
ha già lasciato posto a Galdino, e Galdino, a sua volta, a Cristoforo, in una sorta
di “scivolamento” onomastico che non drve certo essere stato casuale…
Il nome Galdino significa “dominare”, “regnare” ed è forse uno di quei
divertimenti antifrastici non lontani dal senso dell’umorismo manzoniano, se
abbiamo a mente la modestia di questo povero cercatore dalla religiosità di
stampo popolare e dalla cultura più che limitata. Nome che, in verità, si sarebbe
mostrato davvero inadatto a ciò che Cristoforo rappresenta invece nelle due
versioni dei Promessi. E non a caso, infatti, proprio Cristoforo è “colui che porta
Cristo”, patrono dei pellegrini e invocato contro la peste!
Aggiustamenti onomastici non sono infrequenti, in realtà, nelle revisioni
dei romanzi, e spesso rimandano a motivazioni d’opportunità, di volta in volta,
eufonica oppure di distacco dalla realtà di partenza. Tuttavia, nella fattispecie,
qualcosa di molto importante era sopravvenuto nella vita di Manzoni proprio
durante gli anni della stesura della Ventisettana: l’incontro (1826) con Antonio
Rosmini.
Si è giustamente molto scritto sull’importanza che la parola del Rosmini
ha avuto sulle idee religiose e morali del Manzoni, ma, limitatamente al nostro
attuale discorso, le implicazioni sono particolarmente intricate e forse non è opera
vana provare a chiarirle.
Prendiamo le mosse dall’epistolario del Rosmini stesso, là, dove, in una
lettera del 16 ottobre 1830 diretta al Manzoni, egli cita il cappuccino Padre
Giovenale di cui (egli stesso lo riferisce al suo destinatario) ha «dato qualche
notizia nel terzo volume del Nuovo Saggio», pubblicato nello stesso anno
ed evidentemente scritto in quelli immediatamente precedenti. Nella stessa
lettera, Rosmini mostra anche di conoscere bene l’opera di Philibert Gruber von
Zurglburg, a sua volta studioso del pensiero di Padre Giovenale.
Proprio questo cappuccino (che chiamava se stesso Giuvenale Annaniense
per essere originario della Val di Non) aveva dato alle stampe, nel 1682, l’opera
di un confratello, Tommaso da Bergamo (oggi, più noto come Tommaso da
Olera), dal titolo Fuoco d’Amore mandato da Cristo in Terra, per esser acceso,
ovvero Amorose Composizioni di Fr. Tommaso da Bergamo Laico Cappuccino
a gloria dell’Amor increato Iddio, ed utile del Prossimo per accendere il Cuore
d’ogni Cristiano nel puro, retto, e filial amore verso quello, che puramente ci
ama. Se ne ha in seguito notizia in un saggio di Giacopo Tartarotti e Domenico
Francesco Todeschini, pubblicato in Venezia nel 1777. Anzi, in tale circostanza,
gli autori giungevano ad assegnare la paternità del volume più a Padre Giovenale
che a Tommaso, “pel rimarchevole accrescimento fattogli in tale occasione”.
Tuttavia, lo stesso Rosmini aveva avuto accesso, a suo tempo, all’archivio
di Giovanna Maria della Croce (indirizzata alla santità proprio da Tommaso) e qui
è assai probabile che si sia imbattuto in Fuoco d’Amore, che dovette catturarne
l’attenzione proprio perché edito e pesantemente glossato da uno degli autori da
lui studiati: Padre Giovenale, appunto.
Abbiamo quindi un filo, per quanto esile, che collega fra’ Tommaso a Padre
Giovenale e questi a Rosmini. Il tutto in un anno imprecisato ma che è certamente
anteriore al 1830 e forse è da collocarsi tra questo e il ’25, proprio gli anni in cui
Manzoni, nel proprio romanzo in fieri operava lo slittamento onomastico a cui si è
prima accennato.
Che l’autore dei Promessi Sposi mostri una predilezione particolare per i
Cappuccini è cosa troppo evidente, perché sia qui il caso di dimostrarla o anche
soltanto ribadirla. Agostino Gemelli ci ha ricordato (cfr. Bibliografia), del resto,
ragioni più che palesi: i contatti di Manzoni con i cappuccini a Brusuglio, la
frequentazione delle loro omelie in San Fedele e l’amicizia stessa con Rosmini.
Tuttavia, a queste, che già sarebbero ragioni sufficienti per scegliere quell’Ordine
come componente eroica di una rappresentazione della società secentesca, si
aggiunge, appunto, quella figura di Bernardo da Corleone, citata all’inizio, e che
tanto ha suggestionato la Critica.
Un dato sembra però essere sfuggito ai più: la biografia di Bernardo da
Corleone compare in un’opera edita a Bolzano nel 1755: Par nobile Fratrum,
das ist: Kurtze Lebens=Beschreibung Zweyer frommen /heiligmässigen
Layen=Brüderen des armen Capuciner-Ordens, di Emericus Fischer da Hall. E
non è certamente casuale che tale volume contenga proprio, oltre a quanto già
detto, anche la biografia di Tommaso da Bergamo.
Diventa sempre più difficile credere che, nell’accingersi a ricostruire dalle
fondamenta il suo Fermo e Lucia, Manzoni non abbia avuto presente, oltre a
Bernardo da Corleone, anche Tommaso da Olera e forse addirittura il suo Fuoco
d’Amore. Ciò non significa, naturalmente, che questo secondo cappuccino debba
essere sostituito al primo come fonte diretta d’ispirazione per fra’ Cristoforo:
sarebbe un ben povero tributo alle capacità di elaborazione letteraria del Manzoni
immaginare che ogni personaggio del romanzo debba far capo a una e una sola
ispirazione reale! Chi potrebbe sostenere con qualche elemento di verosimiglianza
che il cardinale Borromeo sia la proiezione del solo Carlo Borromeo, o che la
Monaca di Monza discenda dall’unica fonte rappresentata da Virginia Maria de
Leyva?
Fuoco d’Amore può, al contrario, essere stato (insieme a una moltitudine di altre letture) un provvidenziale serbatoio di ??
Tommaso d’Olera rappresenta quindi, per Manzoni, una fonte “sicura” e contemporanea alle vicende narrate nel romanzo. Ma, poiché la sua vita, pur piena di viaggi e di fatti anche miracolosi (che consentono, ai giorni nostri, l’avanzare della causa di santificazione), non rispecchia quasi in nulla quella di fra’ Cristoforo, è, come si è detto, ai suoi testi che occorre prestare orecchio per cogliere eventuali calchi manzoniani.
Eppure, vi è ancora una questione, e non di poco conto, da affrontare, prima di entrare nello specifico: quale peso dare agli scritti di Tommaso d’Olera? Fino a che punto essi possono essere considerati “letterari” e quindi “utilizzabili” con profitto da uno scrittore del calibro di Alessandro Manzoni? Giovanni Getto (Letteratura e critica nel tempo, La letteratura religiosa) colloca il nostro tra le «maggiori (o almeno più note) figure» tra le «scritture di confessione o di esortazione religiosa» del Seicento. E, tuttavia, il giudizio dei contemporanei e di Tommaso stesso è ben diverso: Padre Giovenale, nella Prefazione a Fuoco d’Amore, come abbiamo visto da lui stesso edito, definisce il suo autore «huomo senza lettere, che mai frequentò alcuna Scuola» e l’opera «un Libro semplice»; egli confessa nella dedicazione di Scala di Perfezione (codice di Vienna) al «Serenissimo Principe Leopoldo Arciduca d’Austria» che «mi son mai servito d’alcuna sorte di studio letterale come semplice idiota» e, più avanti, rivolgendosi al lettore «questa Scala da me semplice idiota e ignorante fraticello composta»; lo stesso Alberto Sana, nella già citata introduzione, definisce i suoi scritti «spesso sgangherati quanto alla morfologia e alla sintassi». C’è di che “gettare la spugna” e, ripensando alla prevalente occupazione (almeno quella ufficiale) di Tommaso presso i conventi di Verona, della provincia veneta, di Vicenza, di Rovereto, di Padova, di Conegliano e di Innsbruck, e cioè di questuante e di portinaio, verrebbe da stabilire un facile parallelismo, rispetto a ciò che Manzoni può aver letto nel volume di Emericus Fischer da Hall: se Bernardo da Corleone ispirò fra’ Cristoforo, Tommaso da Olera fu all’origine di fra’ Galdino!
Eppure qualche elemento non s’incastra in questo puzzle. I testi sono, sì, scritti , come Tommaso afferma, «essendosi servito del solo libro del crucifisso», «lasciando la speculazione dell’intelletto», ma presentano assonanze che, per non essere uniche e isolate, lasciano spazio a qualche meditazione aggiuntiva.
In Selva di contemplazione, alle pagg. 134-135 e poi 178 dell’edizione critica curata da Alberto Sana, troviamo una descrizione della Vergine: la collocheremo qui in parallelo con un testo che ogni lettore riconoscerà a colpo d’occhio.
Era tanto maestosa, sabia e prudente
questa fanciulla
che rendeva riverenza
a chi la rimirava
Diceva parole piene de misteri,
caminava e viveva tanto moregerata
che dava miraviglia a chi la vedeva.
Benché le sue parole fussero puoche,
ma quando apriva quella beata bocca,
uscivano parole misteriose
che a guisa di saette
penetravano i cuori a chi le sentivano.
faceva cose da prudente, che rendevano maraviglia a stupore a chi lo rimirava.
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogni lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare
Benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova:
e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.
Casualità? Si tratta di quella che, nelle Scienze Naturali, si chiama “convergenza evolutiva”? Se fosse un caso isolato, potrebbe essere. Ma…
e tu non piangi?
(Selva di contemplazione, pp. 152-153)
Ora vedendo, o anima, cosa tale
del tuo Iddio, posso ben dire che
sei crudele e senza pietà si li tuoi
ochi non verseranno fonti de lacrime
(Selva di contemplazione p. 204)
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli,
(…)
E se non piangi, di che pianger suoli?
(D. Alighieri, Inferno, XXXIII, 40 e 42)
E, ancora
dal longo viagio stanca e afflitta,
cercando in Betlehem
alloggiamento: cercò da’ nobili,
da’ mercanti, da’ artisti, da’
contadini, e da nessuno trovò
luogo da allogiare. Furno costretti
retirarsi fuora della città, in una
grotta dove stavano li animali al
coperto quando pioveva.
(Selva di contemplazione, p. 150)
Si rivolsero a mille case
domandando un luogo per
riposare / mille case chiusero il
chiavistello. Tuttavia una li
accolse / piccola veramente e col
tetto di stoppie e di canne palustri.
(Ovidio, Metamorfosi, vv. 628-630)
Scala di perfezione aggiunge, poi, altri tasselli:
vorrebbe che il sole, la luna
e le stelle, i pianeti e li elementi,
li animali della terra, li uccelli
dell’aria, i monti, i colli, gli
alberi, l’acqua le pietre e tutte le
cose create, sensate e insensate,
ragionevoli e irragionevoli
amassero e servissero quel Dio.
(Scala di perfezione, p. 445)
sì ch’io mi credo omai che monti
e piagge e fiumi e selve sappian
di che tempre sia la mia vita,
ch’è celata altrui.
(F. Petrarca, Rime, 35, vv. 9-11)
Così a puoco a puoco potrai
arrivar alla cima d’esso monte
della perfezione, e stando nella
sommità potrai dire con
l’apostolo Pietro: Domine,
bonum est hic nos esse; faciamus
tria tabernacula, tibi unum,
Moisi unum, et Eliae unum [Mt
17,4], godendo la beleza del tuo
innamorato Dio, ove non vi è né
Moisè, n’Elia, ma l’istesso Dio.
E l’anima tua adornata di virtù
cemplerà la grandezza e bellezza
del tuo Dio; dentro se stesso e di
fuori anch’il tuo corpo goderà
delli avanzi d’essa anima. Quale
ti tenerà sazia e abbondante.
(Scala di perfezione, p. 450)
La vita che noi chiamiamo beata
è posta in alto e stretta, come dicono, è
la strada che vi conduce4. Inoltre vi si
frappongono molti colli, e di virtù in
virtù dobbiamo procedere per nobili
gradi; sulla cima è la fine di tutto, è
quel termine verso il quale si dirige il
nostro pellegrinaggio.
(…)
dove dapprima gettai lo sguardo,
vi lessi: «E vanno gli uomini a
contemplare le cime dei monti, i vasti
flutti del mare, le ampie correnti dei
fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso
degli astri e trascurano se stessi». (…)
chiusi il libro, sdegnato con me stesso
dell’ammirazione che ancora provavo
per cose terrene quando già da tempo,
dagli stessi filosofi pagani, avrei
dovuto imparare che niente è da
ammirare tranne l’anima, di fronte alla
cui grandezza non c’è nulla di grande.
(F. Petrarca, Familiares, IV, 1)
Che non si può capire si
non chi prova un tal stato
(Scala di perfezione, p. 458)
che ‘ntender no la può chi no la prova
(D. Alighieri, Vita Nuova, cap. XXVI, v. 11)
Ciò per tacere di immagini che sembrano discendere dalle rappresentazioni plastiche dei Sacri Monti:
«Contempla, o anima devota, il tuo Dio, vedilo a cavallo de l’asina, vedi con che pompa e maestà va lui nella città, discalzo, seguitato da’ suoi discepoli, barbuti, discalzi, vestiti poveramente» (p. 200).
«Lo spingevano, lo tiravano per la barba e per li capelli, gli dicevano villanie, gli davano pugni e calzi con dir: “Cammina, traditore! (…) Ora li principi ti daranno la mercede de tante tue iniquità!”» (p. 231).
«Non vedi, o anima mia, come lo spingono, come gli tirano la barba e capelli, senti come lo biastemano e mal trattano» (p. 235)
Che dire? Tutto e nulla! L’idea che un «huomo senza lettere, che mai frequentò alcuna Scuola», un idiot savant abbia letto Dante, Ovidio e soprattutto Petrarca può parere curiosa: per dirla con Manzoni, una ragione “tirata un po’ cogli argani”. Resta quanto meno il dubbio che il nostro fraticello (non a caso già citato da Getto quando gli si pose il problema di che cosa, nella scrittura religiosa del Seicento, «conserva però una sua impronta di letterarietà») abbia se non altro orecchiato testi a prima vista insospettabili. Aggiungiamo qui, per puro scrupolo di completezza, che la Psicanalisi ci propone una sua figura di idiot savant, capace di una memoria prodigiosa non in termini relativi, ma assoluti…
Tuttavia, non è questo l’assunto del presente scritto: ciò che davvero interessa è capire se, attraverso la concatenazione Giovanna Maria della Croce e/o Giovenale Annaniense – Rosmini, Manzoni abbia potuto usufruire di calchi dall’opera di Tommaso d’Olera. E, naturalmente, per mettere almeno a disposizione una certa quantità di materiale sul quale discutere, è necessaria un’attenta schedatura dell’opera stessa (i numeri di pagina delle opere di Tommaso d’Olera saranno, da ora in avanti, sempre riferiti all’edizione critica a cura di A. Sana).
Lo stile della composizione è basso, schietto e semplice, e privo di fiori, come conveniva ad un Idiota, ad un Contadino, ad un Pastore.
(P. Giovenale, A chi legge, Introduzione a Fuoco d’Amore)
Però alla mia debolezza non è lecito sollevarsi a tal’argomenti (…): solo che havendo avuto notizia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare.
(Promessi Sposi, 1827, Introduzione)
con quelli duoi luminari celesti del sole e della luna.
(Selva di contemplazione, p. 175)
che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante.
(Promessi Sposi, 1827, Introduzione)
Quel Dio che con un cenno poteva distruggere Erode.
(Selva di contemplazione, p. 175)
State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e soggezione di quattro sgherri.
(Promessi Sposi, 1827, cap. VI)
quanti odij e nemicitie sradicò dalli cuori humani! quanti peccatori persuase à confessare i loro peccati, e mutar vita! quant’Anime peccatrici, e sregolate ridusse ad una buona regola di vita!
(P. Giovenale, A chi legge, Introduzione a Fuoco d’Amore)
né dei dissidii composti, dei vecchi rancori tra persone, famiglie, terre intere, spenti o (...) sopiti, né di qualche bravacci o tirannelli, mansuefatti, o per tutta la vita, o per qualche tempo.
(Promessi Sposi, 1827, cap. XXVI)
Che ad altro non pensava che in far bene per te e condurti al cielo venendo lui instesso a cercarti con tanto amore che, per dar a te vita, diede morte a sé?
(Selva di contemplazione, p. 191)
Oh, pensate! Quanta, quale debba essere la carità di Colui che m’infonde questa così imperfetta, ma così viva; come vi ami, come vi voglia Quegli che mi comanda e m’ispira un amore per voi che mi divora!
(Manzoni, Promessi Sposi, 1827, cap. XXIII)
Ove è Dio ivi è il Paradiso.
(Selva di contemplazione, p. 260)
La patria è dove si sta bene
(Promessi Sposi, 1827, cap. XXXVIII)
essend’io povero fraticello ignorante e semplice.
(Scala di perfezione, Dedicazione, p. 390)
un suo ministro, indegno e miserabile.
(Promessi Sposi, 1827, cap. VI)
mancamento di carità verso Dio e da poca confidenza in lui.
(Scala di perfezione, p. 395)
Chi ci ha custodite finora, ci custodirà anche adesso.
(Promessi Sposi, 1827, cap. XXXVI)
E perciò non hai ragione quando per tali ombre che t’immagini vuoi lasciare le notti, le solitudini, li deserti, li oratori, le celle, i monti, i luoghi ombrosi in qual si voglia parte del giorno (…) In questi luoghi sta Iddio per difenderti e aiutarti.
(Scala di perfezione, p. 397)
Più inoltrava, più la mala voglia cresceva, più ogni cosa gli recava fastidio. Le piante che affisava di lontano, gli rendevano aspetti strani, deformi, mirabili; gli spiaceva l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato dalla luna; lo stesso scrosciar delle secche foglie, mosse e calpestate dalle sue pedate, aveva pel suo orecchio non se che di odioso. (…) Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna per la fronte e per le gote (…) A un certo punto, quel rincrescimento, quell’orrore indefinito con cui l’animo combatteva da qualche tempo parve soverchiarlo subitamente.
(Promessi Sposi, 1827, cap. XVII)
Attendendo al dispregio delle cose mondane e di te stesso, non volendoti mai scusare né diffendere, ma il tutto, benché di gran vilipendio ti fosse e di disprezzo, sopporta per piacer a Dio.
(Scala di perfezione, p. 399)
Non possedendo nulla, (…), facendo più aperta confessione di umiliazioni, si esponevano più da vicino alla venerazione e al vilipendio.
(Promessi Sposi, 1827, cap. XVII)
per virtù occulta si convertono in melle e in dolcezza. Lo testificano tanti religiosi che l’hanno provato e provano tuttavia, e hanno veduto convertirsi il fele in mele, il male in bene; e spesse volte fa l’uomo di nemico amico di Dio, e di contumace lo torna in grazia sua.
(Scala di perfezione, p. 400)
Il fratello dell’ucciso e il parentado, che si erano preparati ad assaporare in quel giorno la trista gioia delll’orgoglio, si trovarono invece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza. (…) La nostra storia nota espressamente che da quel giorno in poi egli fu un po’ meno rovinoso e un po’ più alla mano.
(Promessi Sposi, 1827, cap. V)
molti mostrano umiltà di fuori, ma nell’interno sono di superbia pieni, coperti e vestiti di pelli di pecore, ma poi di dentro sono lupi rapaci.
(Scala di perfezione, p. 402).
E quanti mostrano perfezione, vestendosi, come dice Cristo di pelle d’agnello, che dentro poi sono lupi rapaci?
(Scala di perfezione, p. 433)
non vi ha avvertito che, vi mandava come un agnello fra i lupi?
(Promessi Sposi, 1827, cap. XXV)
potrai trionfare dando gloria a Dio a esterminazione di così vil cosa come sono queste passioni, le quali sono segno evidente di dannazione o salvazione: di salvazione a colui il quale vincerà le sue passioni proprie, di dannazione a quello che travagliato da queste si lascerà anco in esse involgere, il che le sarà caparra in questa vita di possedere un perpetuo carcere infernale.
(Scala di perfezione, p. 414)
Puoi odiare, e perderti; puoi con un tuo sentimento allontanar da te ogni benedizione. Perché, comunque ti andasser le cose, qualunque fortuna ti venisse, tieni ben per certo che tutto sarà castigo, finché tu non abbi perdonato.
(Promessi Sposi, 1827, cap. XXXV)
e non può sollevarsi in Dio e gustar le cose del cielo chi vorrà immergersi nel fango come immondo animale.
(Scala di perfezione, p. 414)
domandò perdono a Domeneddio (…) d’essere andato a dormire come un cane, e peggio.
(Promessi Sposi, 1827, cap. XVII)
se quel tuo così caro è morto di morte violenta, nondimeno può essere che in quell’atto abbia da Dio impetrato il suo aiuto col mezo della contrizione e pentimento delle sue colpe, perché, in questo caso di morte repentina basta all’uomo la vera contrizione,
(Scala di perfezione, p. 417)
«consolatevi», gli disse: «almeno è morto bene, e mi ha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi il suo».
(Promessi Sposi, 1827, cap. IV)
Devi operare e fare perché così Dio vuole che tu l’abbi; e non ti devi fermare nei doni, ma nel donatore. Iddio ti dona il Paradiso: non ti devi fermare in quella felicità, ma nell’auttore che la creò, che è Dio. Non devi amar quelle allegrezze, ma quel Dio che seppe creare una tanto alta felicità.
(Scala di perfezione, p. 434)
Se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se potesse pure essere intera e senza mistura di alcun dispiacere, avrebbe a finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutti e due sulla strada della consolazione che non avrà fine.
(Promessi Sposi, 1827, cap. XXXVI)
Nondimeno, perché ci saranno altre persone alla mensa, sarai pregato e invitato a mangiarne di quel che avevi internamente rinonciato, del qual atto però non s’erano accorti li convivanti, e finalmente per molte preghiere sarai astretto a mangiarne.
(Scala di perfezione, p. 439)
Un servo, portando sur un bacile un’ampolla di vino, e un lungo bicchiero a foggia di calice, lo presentò al padre, il quale, non volendo resistere ad un invito tanto pressante dell’uomo che egli aveva bisogno di farsi propizio, non esitò a mescere, e si pose a sorbire lentamente il vino.
(Promessi Sposi, 1827, cap. V)
La poverella non sa far altro che con sguardi, atti e inchini mostrare al suo inamorato che lo ama.
(Scala di perfezione, p. 455)
«Quanto a questo… per me… che motivo…? Non potrei dire… niente altro», rispose Lucia, con una esitazione così fatta che annunziava tutt’altro che una incertezza del pensiero; e il suo volto ancor discolorato dalla malattia, fiorì tutto a una tratto del più vivo rossore.
(Promessi Sposi, 1827, cap. XXXVI)
Come si avrà avuto ampiamente modo di dedurre, tutto ciò può portare a una serie di conclusioni. Innanzi tutto, Tommaso d’Olera, come personaggio, come essere reale, non sarà stato occasione di ispirazione per il fra’ Cristoforo di Manzoni, troppo essendosi tramandata la mitezza dell’uno a petto della sanguigna energia guerriera dell’altro. (E non dimentichiamo, a questo proposito, l’amichevole profilo biografico reso da Ippolito Guarinini nel 1643). Tuttavia, come autore, come viva voce di un secolo e della supremazia di una religione eroica, depurata da ogni distinguo, intransigente con se stessa prima che con gli altri, sembra inverosimile che non sia entrato nell’immaginario manzoniano, magari per conferire a fra’ Cristoforo quelle profonde motivazioni e convinzioni che, nella biografia di Bernardo da Corleone, si vedono soltanto di scorcio, e, dunque, che Fuoco d’Amore sia rimasto sconosciuto all’autore dei Promessi Sposi. Troppi legami bio-bibliografici conducono, tramite Rosmini, dal monaco di Olera allo scrittore milanese; troppe suggestioni letterarie (non calchi, ma nemmeno semplici riprese di ??
Sergio Calzone
Sergio Calzone è nato a Torino, dove vive, nel 1951. Ha scritto testi e volumi critici, in particolare di argomento manzoniano (La giovine del miracolo, Torino, 1997) e artistico (Quel bianco mantello di chiese. Otto itinerari romanici, Torino, 2005). Si occupa da anni di narrativa per ragazzi e di editoria scolastica. per la quale nel 2009 è stato finalista al Premio Bancarella Ragazzi. Nello stesso anno il suo primo romanzo, Con una grazia inutile (Roma, 2008), ha vinto il premio Moncalieri ed è stato finalista al Premio Città di Cuneo. Dell’anno successivo è il suo secondo romanzo: Serpe bianca, serpe nera (Milano, 2010).
Leggi il commento del vice-postulatore della causa di beatificazione padre Rodolfo Saltarin