Tratto da L'Osservatore romano, venerdì 8 dicembre 2000, p.9

Sembra impossibile che sia esistita una persona del genere, ma la storia sta li, davanti a noi, a dimostrarlo. Sto parlando di un frate cappuccino bergamasco, vissuto a cavallo fra ìl Cinque-seicento (1563-1631).

Fino a 17 anni pascolava le pecore lungo i variegati pendii del Canto Alto, all'altezza di Olera suo paese natale, nascosto e protetto dalla macchia boscosa della valle Seriana. Non sapeva né leggere né scrivere.

Le cose cominciarono a cambiare quando il giovane Tommaso, sano anche nell'anima, fu accolto fra i Cappuccini di Venezia e, attraverso di loro, in un Ordine che viveva ancora l'infuocato spirito delle origini.

Domanda: perché Tommaso Acerbis, pastore di pecore della valle Seriana (quindi in territorio lombardo) nel lontano 1580 andò a bussare alla porta dei Cappuccini di Venezia e non a quella dei frati di Milano?

La risposta ce la dà la storia. Da oltre cento sessant'anni (dal lontano 8 maggio 1428) Bergamo e il suo territorio erano governati da provveditori veneziani che, un tempo, avevano promesso loro esenzioni fiscali.

Questa terra lombarda alle porte di Milano rimase terra di s. Marco fino al 1797, allorquando fu assorbita dalla Repubblica Cisalpina. Ecco perché Olera, per oltre trecento cinquant'armi, fu soggetta ai veneziani.

Non fa meraviglia quindi che il giovane Tommaso s'incamminasse verso Venezia per realizzare il suo sogno, maturato nel lento fluire delle giornate e a stretto contatto con una natura acerba, ma incontaminata.

Verona fu la prima tappa, perché in quella città (precisamente in borgo Cittadella, a ridosso del tratto di mura che dà sull'Adige e non lontano dall'Arena) sorgeva il noviziato dei Cappuccini di Venezia.

Cinque anni prima, in quel luogo protetto, per farsi frate era arrivato un altro giovane: Giulio Cesare Russò che diventerà il "dottore apostolico" p. Lorenzo da Brindisi, un tempo generale dell'Ordine e inviato pontificio.

Come lo visse, fra Tommaso, quell'anno di verifica? Una risposta autorevole la diede Paolo VI in occasione del quarto centenario della nascita: Fra Tommaso si formò - scriveva - agli ideali della vocazione francescana.

In quale clima ecclesiale? Risponde ancora il Papa lombardo con la già ricordata lettera del 22 novembre 1963: nel clima di intensa pietà e di fervore, suscitato nel mondo cristiano dall'irradiazione del Concilio Tridentino.

Se è vero che un albero si giudica dai frutti, si deve proprio concludere che in quell'anno fra Tommaso offrì al suo Signore il meglio di sé, spalancandogli le porte del suo cuore, della sua mente e della sua anima.

Paolo VI assicura che fra Tommaso seppe essere valido strumento della generale rinnovazione spirituale, adoperandosi instancabilmente all'edificazione delle anime, tanto da brillare nella storia di quel glorioso periodo.

Quante cose portò a termine fra Tommaso nei suoi cinquant'anni di vita religiosa! E' un peccato poterne descrivere soltanto una; anche se è un fiore tra i più belli dell'attività di quest'umile figlio della forte terra bergamasca.

Mi riferisco alla particolare devozione che il Cappuccino seppe coltivare, e ogni giorno di più crescere, verso la "Piena di grazia". Ave o Maria, piena ai grazia, il Signore è con te, le disse un giorno l'angelo di Dio (Lc 1, 28).

Durante l'anno di noviziato il giovane Tommaso conobbe le preziose informazioni riguardanti la Madre di Gesù e la posizione teologica dei francescani a riguardo di Colei che (secondo loro) fu concepita senza peccato.

A mettere le basi di questa dottrina tutta francescana fu un frate della Scozia, chiamato fra Giovanni Duns Scoto, nato quarant'anni dopo la morte di Francesco d'Assisi e proclamato beato nel 1991 da papa Giovanni Paolo II.

Contro il parere di molti, questo pensatore inquieto ma "tutto fuoco", che amava percorrere le strade più difficili e dipanare le questioni più intricate, difese con grande rigore logico l'immacolata concezione di Maria.

Preciso come sempre, dice: È beneficio più alto preservare dal male che permettere di cadere nel male e poi liberare da esso. (Cristo) per nessun'altra persona ebbe un grado più alto di mediazione come per Maria.

Detto in parole piane: Maria di Nazareth, madre preservata dal peccato originale, non è una grandezza solitaria ma il capolavoro della creazione di Dio e, insieme, il frutto più saporoso della redenzione di suo Figlio.

È a queste sorgenti pure che si abbeverarono i primi Cappuccini; è a quest'ultima frontiera dell'amore che si nutrì la spiritualità mariana di quei "frati del popolo", sempre presenti là dove soffia il vento dello Spirito.

Anche fra Tommaso bevette a larghi sorsi l'acqua cristallina di quelle fonti; anche il pastorello d'un tempo s'inebriò della "Tutta bella", Maria: specchio in cui si riflette, nella carne e nello spirito, il volto del suo diletto Gesù.

Perché allora meravigliarsi se un giorno fra Tommaso avvicinò l'amico trentino, il dott. Ippolito Guarinoni, medico alla corte dei Signori del Tirolo (e non solo), e gli comandò di costruire una chiesa all'Immacolata?

Coppia perfetta quella del dottor Guarinoni e di fra Tommaso! Personalità diversissime, le loro, ma legate da un'unica passione: diffondere l'amore di Cristo e difendere la sua Chiesa dalle insidie del maligno.

S'erano conosciuti ad Hall, nel Tirolo, nella primavera del 1617. Fra Tommaso morirà nella primavera del 1631. Come definirla? Un'amicizia fra due primavere, che rimanda subito a Maria di Nazareth, la primavera di Dio.

La chiesa doveva essere dedicata prima di tutto all'Immacolata Concezione e poi a due santi del concilio di Trento (il cardinale Carlo Borromeo e Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti) e a santa Francesca Romana.

Fra Tommaso tanto disse e tanto fece che il suo amico Guarinoni, sulla parola di quel caro amico di Dio, diede inizio ai lavori nonostante che i mezzi per costruire la chiesa non fossero del tutto certi (com'era indispensabile).

Per fortuna il patrocinio della chiesa, che doveva sorgere a sud-est della città di Hall e lungo il fiume Inn, l'assunsero le serenissime arciduchesse Maria Cristina ed Eleonora, sorelle dell'imperatore d'Austria, Ferdinando II.

La "prima pietra" fu posta il 2 aprile 1620: con rito solenne e per mano del serenissimo arciduca Leopoldo V, come rappresentante dell'Imperatore. Nello stesso anno furono condotte a termine le sue fondamenta.

Tutto sembrava filar liscio, a gloria di Dio e a onore della Madre di Gesù; e invece... Il vento sottile della mormorazione, serpeggiato per opera di malintenzionati (che non mancano mai), contaminò anche l'umile gente.

Alcuni avevano da ridire sulla scelta del luogo, diventato famoso per le ruberie e le azioni di brigantaggio; altri poi facevano osservare che s'intraprendeva un'opera superiore alle forze e alle possibilità economiche.

Non mancava chi obiettasse che i soldi dovevano andar spesi per usi più necessari e importanti; non mancavano quelli che arrivavano a dire che di chiese ce n'erano fin troppe: si restaurassero quelle, prima di tutto!

Insomma, fra critiche e malignità, si arrivò al punto da rendere perplesse perfino le arciduchesse, sotto il cui alto patrocinio era iniziata la costruzione; e poco mancò che condividessero l'opinione degli astuti malintenzionati.

Che fare? Per non cadere nel tranello abilmente teso, il dott. Guarinoni - che, si domandava inquieto: e sé questa voce di popolo fosse la volontà di Dio?- si mise a riflettere sui fatti prodigiosi avvenuti in quel luogo.

I dotti padri della Compagnia di Gesù, i figli di s. Ignazio di Loyola, erano del preciso parere che si dovesse deporre ogni paura e si dovesse dare per certo che quelle mormorazioni erano suggerite dall'antico invidioso.

Aggiungevano: l'angelo del male teme di subire una prossima e dolorosissima sconfitta con la presenza di questa chiesa dedicata a Maria Immacolata, la prima in assoluto realizzata in territorio di lingua tedesca.

Alla fine il dott. Guarinoni decise di rivolgersi al pio amico fra Tommaso, la cui santità era ormai molto nota a tutti, affinché rimettesse la complessa questione nelle mani di Dio e da Lui ricevesse una risposta chiara.

Nell'ottobre del 1620 gli inviò uno scritto e fra Tommaso, a stretto giro di posta, gli rispose con una lettera scritta di suo pugno. (Imparò a scrivere, anche se in modo non perfetto, nei primi quattro anni trascorsi a Verona).

Fratello in Giesu Christo, Dio vi rapisca il cuore. Ho letto la charissima sua con mio gran gusto spirituale et ho inteso quanto Dio opera nella sua chiesa et altre sue operationi. Per riposta li dico che, quanto alla chiesa sua, non tema qualsivoglia incontro perché Dio ha già preso la protetione di essa. E di voi si vorà servire come suo istrumento.

E però: Nel nome di Dio seguite la impresa, perché chiaro si vede la operatione di Dio. E quanto sin'hora havete veduto, è nulla a comparatione di quanto Dio farà. E per maggior merito Dio vi permetterà di travagli; ma allhora prendete maggior animo.

Più sotto aggiungeva: E però: per amor d'Iddio superate ogni fatticha; et ogni contrario, perche le opere di Dio deveno passare per ignem et acquam (attraverso il fuoco e l'acqua); ma al fine il refrigerio sarà grande...

Con il conforto di questa lettera si riprese a costruire alacremente, nonostante fosse in atto la guerra tra protestanti e cattolici (la guerra dei Trent'anni, scoppiata a Praga nel 1618 e terminata con la pace di Westfalia nel 1648).

Ancora: nonostante la penuria di danaro e le tassazioni destinate a sostenere quella interminabile lotta; nonostante che, per questi motivi, le altre costruzioni - sia sacre che profane - fossero bloccate già da qualche tempo.

Tra l'ammirazione generale, la costruzione della chiesa dedicata a Maria Immacolata (la chiesa di Volders, sulla sponda destra del fiume Inn, a quindici chilometri da Innsbruck) continuava a crescere a vista d'occhio.

Addirittura furono acquistati dei beni, necessari sia per l'alloggio sia per il mantenimento del sacerdote che sarebbe venuto dopo. Si trattava di beni annessi alla chiesa e inclusi nel perimetro della zona sacra.

Vi era perfino un capitale in danaro (trecento fiorini), raccolto e messo a disposizione dall'imperatore Ferdinando II. Inoltre le suddette proprietà e il danaro messo a frutto stavano dando alla chiesa, ogni anno, buoni introiti.

Con questi e con le elemosine la costruzione progrediva senza intoppi. Fra Tommaso andò a visitarla diverse volte. Al vederne i continui progressi, esultava di santa gioia, incoraggiava ed entusiasmava con la sua presenza.

Un giorno fra Tommaso mandò al suo amico Guarinoni uno scritto in cui, fra l'altro, lo esortava con queste parole: Non temete, fratello mio, che Iddio sarà propizio alla opera sua. Aveva ricevuto una rassicurazione dall'alto?

Racconta, il Guarinoni: "Un giorno d'estate fra Tommaso, dopo averni chiesto se mi fossi recato alla chiesa in costruzione, all'improvviso m'assalì con questa domanda: E ben quando pensate di finir la vostra chiesa?

E io a lui: Questo lo sa Iddio. Egli allora mi rivolse queste testuali parole: Mo, tenitela pur alla longa, perché non morirete voi sino a che non havete compita la chiesa. Lo guardai sorridendo, pensando che scherzasse.

Ma egli, guardandomi fisso, mi ripeté queste precise parole con un tono di voce più alto di prima: Vi dico che non morirete, sino che (sia) compita la chiesa; però fate pure adasio. E i fatti lo confermarono punto per punto.

Nato a Trento il 18 novembre 1571, il dott. Ippolito Guarinoni mori ad Hall il 31 maggio di ottantatre anni dopo (1654): anno in cui la chiesa fu ultimata e poco dopo (il 25 luglio e con grande solennità) consacrata.

Prendetela come volete (semplice coincidenza? "segno" di predilezione?), ma un fatto rimane certo: questa chiesa dell'Immacolata è stata consacrata esattamente duecento anni prima della proclamazione del dogma (1854).

Lunga 34 metri, alta 25 e larga 30, la chiesa in stile barocco esiste ancora. Dichiarata monumento nazionale, è stata restaurata negli anni 1977-1988 e riportata al suo antico splendore: il sogno di fra Tommaso che continua?

Non resta che concludere con due giaculatorie 'intriganti' di fra Tommaso, l'innamorato di Gesù e Maria. La prima, "Datemi amore, o Gesù, per amore di Maria"; la seconda, "Datemi amore, o Maria, per amore di Gesù".

Padre Rodolfo, vicepostulatore